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Dal design d’interni a quello di prodotto, con passione e SketchUp

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Oggi intervistiamo Patrick Moroder, designer di Ortisei (BZ) che nel tempo ha saputo trasformare la propria attività, anche attraverso l’uso di SketchUp, rendendo il suo flusso di lavoro più efficiente e creativo. Scopriremo come le radici artigianali, l’amore per i materiali e l’introduzione della tecnologia abbiano plasmato il suo percorso professionale. In più Patrick ci racconterà lo sviluppo di un oggetto di design davvero particolare: il Totem Wall, una parete divisoria modulare in blocchi di pietra massiccia di Pannonia verde, esposta alla mostra Architectural Modules durante lo scorso Marmomac di Verona.

Dalle origini artigianali alla scoperta della progettazione

Grazie Patrick per farci compagnia oggi e per questa intervista. Per dare un’inquadratura preliminare alla tua esperienza di designer d’interni e di prodotto, vorrei iniziare dal principio: come e a che età è nato il tuo interesse per il design?

Grazie a voi per l’invito! Direi che il mio interesse per il design è nato inconsapevolmente, quando ero bambino. Mio padre era uno scultore e io passavo moltissimo tempo nel suo laboratorio. Era un luogo magico, pieno di legno, strumenti e polvere. Io e i miei cugini costruivamo di tutto: piccole strutture, giochi, oggetti decorativi.
Nonostante fossi affascinato dall’ambiente creativo, non volevo seguire le orme di mio padre, perché all’epoca fare lo scultore significava spesso lavorare su commissioni religiose, quindi statue di santi e madonne, non esattamente soggetti che attiravano il mio massimo interesse. 

Tuttavia, il contatto con i materiali e la libertà di creare mi hanno lasciato un’impronta indelebile.
Quando ho iniziato a frequentare l’Istituto d’Arte, ho avuto modo di esplorare diverse discipline. Al primo anno mi sono avvicinato alla pittura, ma presto ho capito che preferivo la scultura e il disegno geometrico. 

Ricordo un progetto in particolare: ci era stato chiesto di interpretare un cactus in modo astratto. Ho lavorato su forme geometriche e linee pulite, e forse in quel momento ho cominciato a sentire che il design era la mia strada.

Il percorso formativo: dall’Istituto d’Arte alla falegnameria

Dopo l’Istituto d’Arte, come hai deciso di proseguire e quali opportunità sei riuscito a cogliere?

Dopo aver completato i primi tre anni con il Diploma di Maestro d’Arte, ho scelto di andare a lavorare in una falegnameria artigianale, perché mi piaceva il mobile, la sua progettazione e realizzazione. Era un modo per approfondire il mio legame con i materiali, soprattutto il legno, e per acquisire competenze tecniche e pratiche.

L’esperienza nella falegnameria è stata molto formativa, ma anche rivelatrice. Mi piaceva progettare l’arredo su misura, creare anche pezzi unici, ma il lavoro in laboratorio, con le sue scadenze strette e la relativa pressione, non mi appassionava. La falegnameria artigianale è un mondo affascinante, ma spesso richiede un ritmo frenetico per rispettare le richieste dei clienti. Mi sono reso conto che preferivo la fase creativa e progettuale del lavoro. Così, dopo il diploma in falegnameria, ho concluso gli studi e conseguito Diploma di Maturità di maestro d’arte.

In seguito ho trovato lavoro presso la Sevi, in val Gardena, una storica azienda di giocattoli in legno. Mi occupavo della realizzazione di prototipi e modelli, un lavoro che mi ha permesso di unire creatività e precisione tecnica.
Non sentivo il peso del lavoro: era come un hobby retribuito. Ero entusiasta di quello che facevo e l’ambiente creativo mi stimolava a dare il massimo. Quell’esperienza mi ha fatto capire quanto sia importante lavorare in un settore che appassiona davvero.

Successivamente, grazie alla Sevi e a un concorso provinciale, ho avuto l’opportunità di frequentare un corso di design all’Istituto Europeo di Design di Milano. È stato un punto di svolta. Milano è una città che respira design e vivere quell’atmosfera mi ha permesso di crescere sia professionalmente che personalmente.

Durante quel periodo ho capito che il design non era solo una scelta professionale, ma una vera vocazione. Se oggi guardo indietro, i segnali c’erano già da prima, ma non erano stati colti, né da me, né da che mi stava vicino, complici probabilmente i tempi e l’ambiente dove sono cresciuto, che non poteva certo avere la vivacità culturale della grande città.

In seguito al corso allo IED, mi sono proposto allo studio di Matteo Thun e ho potuto lavorare lì per circa un anno, dopodiché, con altri amici altoatesini conosciuti a Milano, siamo tornati nelle nostre zone e nel 1991 abbiamo fondato lo studio MM Design, guardando molto anche al mercato di Austria e Germania.
Dopo circa 5 anni ho lasciato il gruppo, sono tornato a Ortisei e mi sono messo in proprio. Ancora una volta si è trattato di ripartire da capo, alla fine, nel 1998 ho aperto qui il mio studio MoroderDesign, rivolto più al design d’interni e di prodotto.

La scoperta della tecnologia: tecnigrafi, CAD 2D e poi SketchUp

Hai iniziato la tua carriera in un periodo in cui la tecnologia non era così diffusa come oggi. Com’è avvenuto il tuo primo approccio ai software di progettazione?

Quando ho iniziato, si lavorava ancora con tecnigrafi, lucidi e tanta carta. Era un approccio molto manuale, ma aveva il suo fascino. Il passaggio alla tecnologia è stato graduale, ho imparato a usare Autocad 2D abbastanza presto, ma il salto al 3D è stato un po’ più complicato. I software di modellazione tridimensionale di allora erano macchinosi e richiedevano molto tempo, ricordo che il primo corso di Autocad 3D l’ho fatto nel 1998, ma non faceva per me, ho avuto proprio un rifiuto e per tanto tempo ho lavorato in 2D e ancora tanto a mano.

L’incontro con SketchUp risale a prima del 2007, all’inizio lo usavo in modo superficiale, affiancandolo ad Autocad, era un periodo in cui gestivo progetti complessi su entrambi i software, duplicando spesso il lavoro. Questo tipo di approccio mi faceva perdere tempo e aumentava il rischio di errori, soprattutto quando dovevo apportare modifiche.

Negli anni seguenti ho deciso di approfondire l’uso di SketchUp e ho imparato a sfruttare funzionalità fondamentali come Tag, Gruppi e Componenti, che mi hanno permesso di organizzare meglio i progetti e di lavorare in modo più efficiente, abbandonando sempre di più il CAD bidimensionale.

Tutt’ora non mi ritengo un utente esperto di SketchUp, ci sono ancora tante cose che non conosco, altre che uso poco oppure non in maniera del tutto ortodossa, ma guardando indietro, mi rendo conto di non aver sfruttato le potenzialità del programma, usandolo in modo più strutturato fin dall’inizio.

Consiglio pratico: imparare a usare Tag, Gruppi e Componenti fin da subito è essenziale per chiunque voglia lavorare in modo professionale con SketchUp.

Invece una cosa che voglio imparare a usare meglio è LayOut, perché non lo padroneggio ancora come vorrei.

Quasi tutti i professionisti che intervistiamo ci dicono di non sentirsi degli esperti di SketchUp, ma questa non è necessariamente una cosa negativa. Poter usare un software senza dover prima studiarselo tutto, di solito è un aspetto positivo, così come la duttilità che lascia spazio a diversi modi di utilizzo personali, a meno che non si tratti di programmi per attività molto specifiche e inquadrate in regole stringenti.
La versatilità di solito è una qualità apprezzata in questo settore e SketchUp ha sempre fatto di queste caratteristiche il suo cavallo di battaglia, non per niente si usa molto già alle scuole medie.

E per quanto riguarda invece le Estensioni di SketchUp, ne fai uso? Ne hai qualcuna di cui non potresti fare a meno?

Utilizzo poco le Estensioni, penso che il motivo principale sia la varietà del mio lavoro. In generale la varietà è una cosa bella, a me piace, perché non ci si annoia, anche se pone sempre sfide diverse. Però, non riuscendo a standardizzare più di tanto dei processi, faccio anche fatica a trovare strumenti specifici che mi siano davvero utili, preferisco la duttilità di SketchUp “al naturale”.

Per esempio, se progettassi sempre cucine, o solo maniglie, o qualsiasi altra cosa, probabilmente riuscirei a costruire delle routine, ci sarebbero più azioni in qualche modo ripetitive e lì potrebbero entrare in gioco strumenti molto specifici, come alcune Estensioni. Ci ho provato qualche volta, ma è più il tempo che perdo a installare e capire come funziona un’estensione, che quello che passo a utilizzarla proficuamente su un progetto.

Uso sicuramente molto di più la 3D Warehouse, per trovare elementi che arricchiscano la scena del progetto (vasi, piante, libri, ecc.), oppure per costruire il contesto che ospita il progetto, per cui se qualche elemento non è proprio uguale alla realtà, fa lo stesso, basta che ci assomigli e che l’ingombro sia giusto, perché non è lì che si concentra l’attenzione, né mia, né del cliente.

Se cercando con il termine italiano non trovo quello che mi serve al primo colpo, allora provo in tedesco, se serve anche in inglese e così trovo sempre quello che voglio. Ecco questo è un buon consiglio: se sulla 3D Warehouse non trovi una cosa, prova a chiamarla in un’altra lingua e sarai più fortunato.

Insegnamento e design: un binomio vincente

Hai anche esperienza come insegnante. Come hai conciliato questa attività con il tuo lavoro di designer?

Sì, ho insegnato per diversi anni, prima presso l’Istituto d’Arte dove avevo studiato io stesso (in seguito sarebbe diventato Liceo Artistico) e poi nella scuola che di lì a poco sarebbe diventata l’Università di Design di Bolzano. Insegnavo disegno geometrico e progettazione e devo dire che è stata un’esperienza molto stimolante. Non ho mai fatto l’insegnate a tempo pieno, sempre in parallelo all’attività professionale e penso che le due cose abbiano una forte complementarietà, almeno in questo settore.

L’insegnamento ti costringe a razionalizzare il tuo processo creativo, a scomporlo in passi chiari e comprensibili. Questo non solo ti rende un insegnante migliore, che mette la propria esperienza a disposizione degli studenti, ma anche un progettista più consapevole. Bisogna aggiungere che lavorare con i giovani è sempre stimolante, perché obbliga a rimanere aggiornato e a confrontarsi con nuove idee. Tutto ciò fa bene alla professione, aiuta a tenere la mente aperta e vivace.

Product e interior design implicano clienti e approcci diversi?

Come si vede dal sito rinnovato di recente – moroderdesign.com – la tua attività professionale si divide principalmente in product e interior design. Questo fa pensare a clienti diversi, che implicano anche un approccio diverso sia al progetto che alle persone stesse con le quali ci si relaziona, sbaglio?

No, hai ragione, sono quasi due mestieri diversi, ma si usano gli stessi strumenti, sia quelli tecnici (dalla matita, al computer, a SketchUp), che quelli del pensiero che guidano la progettazione. Per me sono entrambi due approcci scultorei al progetto, l’interior design scolpisce dall’interno verso l’esterno mentre nel product design faccio il contrario

Quando parliamo di design di prodotto, normalmente il committente è un’azienda, che poi dovrà produrre e mettere sul mercato quel dato oggetto. Bisogna avere un approccio professionale, capire e rispettare le richieste e le tempistiche e dar prova di essere in grado di interpretare in modo creativo le richieste, senza snaturarle e se possibile arricchendole di valori coerenti.

Con l’arredo d’interni si tratta spesso di fornire una soluzione personalizzata al cliente privato. Qui il rapporto umano diventa fondamentale per capire come vive, cosa vuole e di cosa ha davvero bisogno. Per me non si tratta tanto di vendere qualcosa che piace oggi, ma di cucire su misura qualcosa che faccia stare bene anche domani.

Mi occupo di interior design da decenni, ma tempo fa lo si considerava in modo diverso, gli architetti davano più valore alla costruzione e c’era anche tanto da costruire; le persone erano forse più riservate, non volevano che la loro casa, il loro spazio privato, finisse sul portfolio dei progettisti, in vetrina o sui social.

Documentare questi lavori, pubblicizzarli, usarli per il portfolio era (e in parte è ancora) più complicato rispetto al prodotto di design, perché si tratta di un ambiente da vivere, soggetto a tutte le dinamiche di chi lo abita: a volte la realizzazione non è completa in ogni sua parte e quindi non si può fotografare; altre è già vissuto, sono comparse aggiunte discutibili e quindi non è il caso di fotografare. Tante piccole difficoltà che spesso si sommano e implicano sempre tanto tempo e competenze specifiche per ottenere risultati apprezzabili.

A parte questi aspetti di “documentazione”, se il mio design di prodotto si focalizza più sulla ricerca di forma e funzione, il mio progetto d’interni guarda più alla sensibilità e alla comprensione dell’utilizzatore finale. Ho sempre lavorato su questi aspetti che portano a un design meno scenografico, meno appariscente, forse anche meno da fotografare, ma più profondo, quasi radicato nell’animo di chi ne fruisce.

Negli ultimi tempi mi rendo conto che questi aspetti incontrano sempre più l’interesse delle persone: ambienti che calmano, danno pace, intimità, sono consoni a chi li abita e per questo durano nel tempo, non seguono una moda, semmai un modo, quello personale e privato di essere in un luogo che davvero si può chiamare casa. Questo mi ha sempre interessato tanto, non è una cosa facile da “vendere”, forse non va venduta, va intesa, va ricercata, non è il segno del designer che si impone sul cliente, oppure il cliente che vuole quel tratto distintivo di quel designer, come se fosse un prodotto firmato. È un design che cerca di interpretare delle necessità profonde, magari non esplicite, ma di sicuro personali.

Se un cliente mi dice che quello che ho fatto per lui è bello, significa che gli piace e che io devo essere soddisfatto. Ma se magari dopo dieci anni mi dice che quello che ho fatto per lui è confortevole e continua a viverci bene, a sentirsi a suo agio, per me è tutto un altro livello di soddisfazione.

Product design come ricerca su materiali e lavorazioni

A me sembra di vedere una cospicua dose di sensibilità e di ricchezza di contenuti anche sul tuo Totem Wall, un progetto di design per un prodotto molto particolare, che si presta a utilizzi in contesti differenti e che ha una genesi quasi completamente legata al materiale e alla sua lavorazione molto specifica, in un contesto decisamente di nicchia. Raccontaci questo tuo progetto dagli albori alla presentazione del prototipo.

Il Totem Wall è un progetto che mi ha dato molta soddisfazione. Ci sono un paio di elementi da tenere bene in considerazione per capire l’ambito in cui è stato sviluppato questo progetto:

  1. al Marmomac di Verona 2024, l’ADI VTAA (Associazione per il Disegno Industriale – Delegazione Veneto e Trentino Alto Adige, di cui faccio parte da diversi anni)  propone una mostra intitolata Architectural Modules;
  2. fra le aziende che partecipano ci sono Pannonia Stones che commercializza la pietra verde di Pannonia e Stein Schwarz che vuole un progetto che metta in luce la loro capacità di lavorarla su cinque assi, entrambe sono ditte austriache.

Quindi, complice il fatto che un progettista bilingue può essere d’aiuto a un’azienda austriaca che vuole presentarsi a Verona, mi viene commissionato il progetto di un oggetto modulare in pietra che faccia risaltare le capacità tecniche dell’azienda e quelle mie di designer, in una delle fiere più importanti del settore.

Un momento di svolta nel progetto è stato quando ho lasciato perdere il modulo quadrato combinato e ripetuto in due direzioni (altezza e lunghezza) dei primi schizzi e mi sono orientato verso due moduli complementari, reiterati solo lungo il loro percorso. 

Durante il suo sviluppo, il progetto si è arricchito di significato. Alla fine si tratta di due oggetti apparentemente semplici (ma la loro lavorazione non lo è), che richiamano dualità ancestrali, come maschile e femminile, oppure yin e yang (che riflettono anche la mia passione per le filosofie orientali), nella sagoma del totem, o del menhir in pietra e, combinandosi, sviluppano un elemento di separazione longitudinale, adattabile a diversi contesti, prevalentemente in esterni.

Come accennavo, l’aspetto più importante era far vedere come l’azienda è in grado di lavorare il materiale con i loro macchinari a 5 assi per promuoversi verso committenti e progettisti.

Abbiamo avuto incontri settimanali online, per portare avanti il progetto step by step, anche con la realizzaione di un modello in scala 1:3 con la stampante 3D. Ma alla fine la prima volta che ci siamo visti tutti assieme di persona è stata a Verona per l’allestimento dello spazio espositivo.

A questo punto che sarebbe utile qualche dettaglio sulla lavorazione a 5 assi, perché non penso sia una cosa nota ai non addetti ai lavori.

È una cosa abbastanza complessa e nemmeno così facile da descrivere a parole. Si tratta di una fresatrice a 5 assi con mandrino inclinabile, in grado di controllare il movimento in cinque modalità:

  1. X – asse orizzontale (movimento da sinistra a destra);
  2. Y – asse verticale (movimento avanti e indietro);
  3. Z – asse perpendicolare (movimento su e giù);
  4. rotazione sul piano X (asse A) che permette di ruotare attorno all’asse orizzontale;
  5. rotazione sul piano Y (asse B) che permette di inclinarsi attorno all’asse verticale.

 

Grazie a questa capacità di movimento complesso, la macchina può lavorare superfici inclinate o curve e creare dettagli tridimensionali precisi. Con qualche immagine si capisce meglio.

Tutta questa esperienza del Totem Wall riflette piuttosto bene il mio modo di essere: da un lato gli aspetti più creativi e filosofici che mi portano verso riferimenti talvolta lontani e dall’altro la parte più pratica e concreta che prelude alla realizzazione di un oggetto a prima vista semplice, perché frutto di un processo di sintesi, quale il design solitamente è.

Esposizione del modello al Marmomac di Verona – Foto di EffezetaGroup

SketchUp e il miglioramento del flusso di lavoro

In che modo SketchUp ha cambiato il tuo modo di lavorare?

SketchUp ha rivoluzionato il mio flusso di lavoro. Prima dovevo gestire progetti complessi su più software, duplicando molte operazioni. Ora posso creare un modello tridimensionale dettagliato che utilizzo sia per le presentazioni al cliente che per la produzione.

Quello che apprezzo di SketchUp è la sua intuitività. Mi permette di visualizzare rapidamente le idee e di testarle direttamente nel modello 3D. Posso modificare forme, proporzioni e dettagli in tempo reale, senza dover scomporre il lavoro e senza dover per forza inputare misure che in quel momento ancora non conosco, perché in un certo senso le sto proprio cercando.

Un altro aspetto fondamentale è la possibilità di organizzare il progetto in modo chiaro e ordinato, grazie a Tag, Gruppi e Componenti. Questo è particolarmente importante quando si lavora su progetti complessi, dove il rischio di perdere il controllo è alto.

Suggerimento pratico: creare, ampliare, e tenere sempre ben organizzata una propria libreria di oggetti 3D e Componenti riutilizzabili può fare una grande differenza in termini di efficienza.

Filosofia del design: tra tradizione e innovazione

Qual è la tua filosofia nel design?

Per me il design è un equilibrio tra creatività, funzionalità e mercato. Credo che sia fondamentale mantenere un legame con i materiali e con il processo produttivo. Anche se oggi si lavora principalmente al computer, l’esperienza pratica con i materiali ti dà una sensibilità unica.

Ad esempio, quando disegno un mobile in legno, so come il materiale si comporterà, come si dispongono le venature a seconda del tipo di pezzo, quali sono i suoi limiti e le sue potenzialità. Questo mi permette di creare progetti realistici e fattibili.

Mi piace anche coinvolgere i clienti nel processo creativo. Voglio che sentano il progetto come qualcosa di loro, non solo come un prodotto finito che ricevono, in qualche modo imposto dall’alto e semplicemente pagato. Preferisco che sia sentito. Questo approccio partecipativo rende il risultato finale più soddisfacente per entrambe le parti.

Consigli per i giovani designer

Quali consigli daresti a un giovane che vuole intraprendere una carriera nel settore del design d’interni o di prodotto?

Il primo consiglio è di essere curiosi. La curiosità è il motore che ti spinge a imparare e a migliorarti continuamente.

Il secondo è di non avere paura di “sporcarsi le mani”. Anche se oggi si lavora molto con il computer, avere esperienza pratica con i materiali ti dà una prospettiva unica. Aver provato come si taglia il legno o come si assembla un mobile ti permetterà di progettare in modo molto più efficace.

Infine non smettere mai di imparare. Il design è un campo in continua evoluzione e ogni nuova competenza che acquisisci rappresenta un vantaggio competitivo.

Questa intervista ci mostra come il design possa essere un viaggio di equilibrio tra tradizione e innovazione, tra filosofia, passione e tecnologia. SketchUp può giocare un ruolo fondamentale nel migliorare il flusso di lavoro, dimostrandosi uno strumento versatile e intuitivo.

Grazie Patrick per aver condiviso la tua esperienza con noi e complimenti per il tuo lavoro.

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