Architizer e Chaos hanno pubblicato i risultati del loro quarto sondaggio annuale sull’industria dell’architettura, questa volta interamente dedicato all’intelligenza artificiale. Il report AI Architettura 2026, basato sulle risposte raccolte nel novembre 2025 da quasi 800 professionisti in tutto il mondo, offre uno spaccato aggiornato di come e quanto l’AI stia entrando nella pratica quotidiana degli studi di progettazione.
Il quadro che ne emerge non è quello di un cambiamento repentino, ma di un’evoluzione lenta e consapevole. La maggioranza dei professionisti intervistati ha provato strumenti di intelligenza artificiale, molti ne traggono già vantaggi concreti in termini di tempo, eppure la soddisfazione resta tiepida e le perplessità non mancano. È un documento che vale la pena leggere per intero, ma in questo articolo se ne propone una sintesi ragionata, con qualche considerazione aggiuntiva rivolta al contesto professionale italiano.
Il campione e il profilo dei quasi 800 intervistati
Il sondaggio è stato condotto interamente online nel novembre 2025, con l’analisi dei dati completata tra dicembre 2025 e gennaio 2026. Hanno partecipato membri di Architizer, utenti Chaos e professionisti della più ampia comunità AEC.
Il 60% dei rispondenti proviene da studi con meno di 20 dipendenti, il 27% da studi medi (20-99 dipendenti) e il 13% da realtà con oltre 100 collaboratori. Dal punto di vista geografico, metà del campione ha sede in Nord America, il 22% in Europa e il 10% in Asia. La specializzazione prevalente è l’architettura (71%), seguita dall’interior design (25%) e dal rendering e visualizzazione (16%). Quote minori riguardano l’architettura del paesaggio, la pianificazione, il product design e l’ingegneria.
Per il lettore italiano è opportuno notare che il campione rispecchia solo in parte la realtà degli studi nazionali, dove la dimensione media è ancora più ridotta e la percentuale di freelance e micro-studi è con tutta probabilità superiore a quel 40% di freelance (8%) più studi con 1-5 dipendenti (32%) registrato nel sondaggio. Questo non invalida i risultati, ma suggerisce che i dati relativi alle realtà più piccole meritino un’attenzione particolare da parte di chi opera in Italia.
Quanto gli architetti stanno effettivamente usando l’AI
Il dato centrale della prima sezione del report è il seguente: il 64% degli intervistati ha sperimentato l’AI, ma di questi il 38% non sa ancora come integrarla nel proprio flusso di lavoro. Solo il 20% del totale dichiara di abbracciare pienamente l’intelligenza artificiale.
La correlazione con la dimensione dello studio è netta. Il 38% degli studi con più di 100 dipendenti si definisce pienamente operativo con l’AI, contro il 17% degli studi con 1-5 persone e il 14% dei freelance. È un divario prevedibile: le strutture più grandi hanno maggiori risorse per sperimentare, formare il personale e assorbire gli inevitabili errori di percorso.
Chi si aspettava un’adozione massiccia resterà forse deluso, ma chi temeva un settore completamente travolto dall’AI può tirare un respiro. La fotografia è quella di una professione che procede per tentativi, con la maggioranza ferma in una zona intermedia tra curiosità e incertezza operativa. Un dato curioso: anche tra chi dichiara di evitare attivamente l’AI (il 5% del totale), un rispondente su dieci ammette di essere “probabilmente” intenzionato ad aumentarne l’uso. (Report, p. 7)
Per chi opera in Italia, dove la resistenza al cambiamento tecnologico negli studi più piccoli è storicamente più marcata, è ragionevole ipotizzare che la quota di chi ha sperimentato ma non sa come integrare sia più alta di quel 38% globale.
La maggioranza intende aumentare l’uso nei prossimi mesi
Il 74% si dichiara propenso ad aumentare il ricorso all’AI nei prossimi 12 mesi, contro appena l’8% che lo ritiene improbabile. Sul fronte degli investimenti, la voce più gettonata è il rendering assistito o generato con AI (36%), seguita dalle visualizzazioni fotorealistiche con flussi tradizionali (33%), dal rendering in tempo reale (24%) e dalle animazioni architettoniche (21%). Il video generato con AI, pur essendo una tecnologia ancora acerba, è già oggetto di interesse per il 16% del campione.
La direzione appare tracciata, anche se la velocità di marcia resta prudente. L’AI non sta sostituendo i flussi di lavoro esistenti, ma si sta affiancando ad essi, soprattutto nella fase esplorativa e di comunicazione visiva del progetto.
Per quali attività si usa di più l’intelligenza artificiale
Tra chi usa effettivamente l’AI, le tre applicazioni più diffuse sono la generazione di immagini da modelli 3D (40%), la generazione di immagini da prompt testuali (40%) e il miglioramento di immagini esistenti (35%). La generazione video segue al 16%, un dato contenuto ma significativo se si considera quanto fossero acerbi gli strumenti video basati su AI nel 2025. Applicazioni più tecniche come l’analisi del codice edilizio (13%), la generazione di materiali (9%) e la generazione automatica di piante (8%) restano marginali.
Questo suggerisce che l’AI in architettura è usata soprattutto come strumento di comunicazione visiva, e meno come strumento di progettazione in senso stretto.
La fase progettuale in cui i rispondenti vedono il maggiore potenziale è la concettualizzazione e il pre-design (43%), seguita dalla documentazione costruttiva (35%). Quest’ultimo dato è particolarmente interessante: chi ha già ottenuto vantaggi dall’AI nella fase creativa inizia a chiedersi se lo stesso approccio possa alleggerire il peso della documentazione tecnica, tradizionalmente ripetitiva e onerosa.
Per il contesto italiano questo è un punto sensibile. La complessità della normativa edilizia e urbanistica italiana, sommata alle specificità regionali e comunali, rende la documentazione di cantiere un carico di lavoro enorme. L’idea che l’AI possa contribuire in quest’area è comprensibile, ma al momento nessuno strumento disponibile è in grado di gestire la specificità della normativa italiana con un livello di affidabilità accettabile per un professionista che firma i documenti.
Le funzionalità che i progettisti vorrebbero dall’AI
Alla domanda su quali progressi vorrebbero vedere, i partecipanti all’indagine hanno indicato con uguale peso (33%) il maggiore controllo sulle immagini prodotte e la capacità di generare un asset 3D a partire da un’immagine di riferimento. Seguono la conversione di immagini 2D in scene 3D (31%) e il miglioramento automatico della qualità del rendering (30%).
Il filo conduttore è evidente: i progettisti non vogliono che l’AI faccia tutto da sola, ma che li aiuti a fare meglio e più rapidamente quello che già fanno. Il desiderio di maggiore controllo sull’output indica che gli strumenti attuali sono percepiti come troppo imprevedibili per essere impiegati in modo sistematico.
C’è un’analogia utile con quanto accadde nei primi anni della modellazione parametrica: lo strumento era potente ma difficile da governare, e la sua adozione è decollata solo quando le interfacce hanno raggiunto un livello di controllo sufficiente. L’AI nella visualizzazione architettonica sembra trovarsi in una fase analoga.
Risparmio di tempo e soddisfazione tra luci e ombre
L’86% di chi usa l’AI dichiara di aver risparmiato tempo: il 55% su determinate attività, il 31% in modo significativo sull’intero flusso di lavoro. Solo l’8% afferma che l’AI genera più rilavorazioni che benefici. Le aree dove il risparmio è più evidente sono il concept design (48%) e il miglioramento delle immagini (40%).
Il 59% degli utenti stima di risparmiare almeno 5 ore a settimana. Il dato cresce con la dimensione dello studio, ma non in modo lineare: la fascia 50-99 dipendenti mostra i risparmi più consistenti (il 30% dichiara 10-15 e più ore settimanali), mentre gli studi con oltre 100 dipendenti scendono al 23%. È possibile che ciò dipenda dai processi di approvazione più complessi nelle grandi organizzazioni, che attenuano il vantaggio in velocità offerto dall’AI.
Sul fronte della soddisfazione, il 69% si dichiara abbastanza soddisfatto e il 19% molto soddisfatto, ma il 70% ammette che le visualizzazioni generate con AI richiedono supervisione, e il 60% afferma che l’AI migliora alcuni aspetti ma introduce nuovi errori o incoerenze.
È il profilo di uno strumento utile ma acerbo. Il risparmio di tempo è reale e documentato, tuttavia il prezzo è una vigilanza costante sull’output, che erode parte del vantaggio. Per uno studio piccolo, dove il tempo del titolare è la risorsa più scarsa, questo scambio va ponderato con attenzione caso per caso.
Gli ostacoli principali all’adozione dell’AI in studio
Il primo ostacolo segnalato è la scarsa qualità o inaffidabilità dei risultati (48%). Il secondo è la cattiva integrazione con il software esistente (33%), un dato che si conferma stabile rispetto al 38% del sondaggio Chaos 2024. Il terzo è la difficoltà nell’imparare a usare efficacemente gli strumenti e i prompt (29%). Le preoccupazioni relative a proprietà intellettuale e sicurezza dei dati riguardano il 25%, mentre la resistenza da parte dei clienti si ferma al 9%.
Il problema dell’integrazione merita una riflessione specifica. Il flusso di lavoro tipico di uno studio di architettura attraversa più programmi in sequenza (modellazione, rendering, post-produzione, impaginazione) e l’introduzione di uno strumento AI che non comunica nativamente con quelli già in uso rischia di creare più attrito che efficienza. Non a caso Chaos, che produce V-Ray, Enscape, Corona e il più recente Veras, sta investendo sull’integrazione dell’AI direttamente all’interno dei propri motori di rendering, piuttosto che proporla come strumento separato.
Per gli studi italiani, spesso legati a flussi consolidati costruiti attorno ad AutoCAD e i suoi cloni, potenti strumenti BIM, o modellatori come SketchUp e ai motori di rendering Chaos, la questione dell’integrazione è ancora più sensibile: la soglia di tolleranza per strumenti che complicano il processo anziché semplificarlo è molto bassa.
Il sentiment della professione tra pressione e pragmatismo
Tra chi non usa ancora l’AI, il 61% dichiara di sentire una generica pressione ad adottarla. Il 35% afferma che adotterà strumenti AI solo quando aggiungeranno valore reale, mentre un residuale 4% si dichiara in resistenza attiva.
Le motivazioni di chi non adotta l’AI si dividono in modo quasi simmetrico tra ragioni pratiche (costi, mancanza di tempo, assenza di strumenti adatti) e ragioni ideologiche (il timore che l’AI svilisca la professione o ne inibisca la creatività).
Un dato particolarmente significativo riguarda il calo delle preoccupazioni etiche rispetto al sondaggio 2024. Due anni fa il 74% dei rispondenti riteneva necessario stabilire linee guida etiche per l’uso dell’AI in architettura, mentre nel sondaggio attuale le preoccupazioni su originalità e proprietà intellettuale riguardano il 26%. Come osservano gli autori del report, il passaggio dall’ipotesi all’esperienza diretta sembra ridimensionare i timori iniziali.