Gli strumenti AI generici alzano il livello minimo del progetto ma ne precludono l’eccellenza. Marco D’Ambrogio di Sweco Architects spiega come gli architetti possono resistere alla mediocrità.
Marco D’Ambrogio, architetto e responsabile AI e Digitalizzazione presso Sweco Architects, interverrà come relatore a RELEASE [AEC], il primo evento tecnologico pensato per aiutare i professionisti a restare aggiornati sull’innovazione e a padroneggiare gli strumenti del futuro. La prossima edizione si terrà a Parigi il 20 ottobre 2026. L’evento è completamente gratuito per i professionisti del settore AEC: registrati ora.
In architettura, l’AI viene di solito presentata come una scorciatoia, un modo più rapido per generare immagini, automatizzare compiti ripetitivi o semplificare flussi di lavoro complessi. Ma questa cornice consueta orienta l’attenzione in modo troppo ristretto e finisce per oscurare alcuni dei cambiamenti potenzialmente più interessanti per la nostra professione. Il futuro dell’AI nel nostro lavoro non sarà definito soltanto dagli strumenti (gli strumenti sono temporanei). Ciò che dura è il metodo. È il modo in cui definiamo il valore, in cui organizziamo la conoscenza e in cui diamo forma al processo che porta a un risultato costruito significativo.
Quando i committenti valutano il nostro lavoro, non ci misurano in base agli abbonamenti software, ai plugin o al numero di strumenti digitali in gioco; danno valore ai nostri elaborati, alle nostre intuizioni e alla qualità dello spazio che creiamo. Questo significa che dobbiamo partire dall’intenzione architettonica e dal valore autentico, per poi scegliere gli strumenti più adatti a sostenerli. Partire dallo strumento e costruirci attorno un metodo è la sequenza sbagliata.
Una metodologia solida non è mai legata a una singola piattaforma. È sostenuta dal software e può sopravvivere alla versione successiva o addirittura all’invenzione successiva. Se non riusciamo a spostare la nostra attenzione dagli strumenti alla metodologia, rischiamo di entrare in quella che si può solo definire l’era della media.
Gli strumenti sono temporanei, il metodo resta nel tempo
Gli strumenti AI generici possono alzare il livello minimo del progetto. Rendono la cattiva architettura meno frequente. Ma poiché attingono a dataset ampi, lontani e spesso non curati (mescolando magari un complesso di uffici del Midwest con un grattacielo di Tokyo), abbassano anche il tetto. La media diventa in fretta accettabile, e il sufficiente comincia a sembrare completo.
Il pericolo non è solo la mediocrità, ma l’accelerazione. Quando uno strumento produce un rendering o una distribuzione spaziale in pochi secondi, nasce la tentazione di accettare la prima risposta invece di fermarsi, mettere in discussione e affinare. La velocità comincia a sostituire la riflessione e così facendo perdiamo la specificità che dà senso all’architettura.
L’architettura non è mai generica. Non esistono due edifici realizzati nello stesso luogo, nello stesso momento, per le stesse persone. L’intelligenza architettonica deve quindi essere adattiva, curata e radicata nel contesto locale. Per resistere a questa era della media, dobbiamo affrontare un paradosso ben noto nel processo di progettazione.
Anticipare la conoscenza nelle prime fasi del progetto
L’inizio di un progetto, quando esiste il potenziale più grande per dare forma a qualcosa di davvero trasformativo, è il momento in cui ne sappiamo di meno. Quando finalmente comprendiamo a fondo le realtà tecniche, ambientali, culturali e operative, spesso il calendario si è ristretto e il progetto è scivolato verso soluzioni standardizzate.
La tecnologia integrata non dovrebbe servire a sacrificare il tempo in modo da impoverire la professione; il suo vero scopo è anticipare la conoscenza.
Se usiamo la tecnologia per raccogliere, collegare e organizzare fin da subito competenze interdisciplinari, creiamo tempo per la riflessione più avanti. In pratica questo significa portare le competenze strutturali, ambientali e sul patrimonio storico nella conversazione fin dal primo giorno, quando c’è ancora abbastanza libertà spaziale per risolvere i problemi in modo creativo.
L’intelligenza collettiva come risorsa progettuale
Nel mio lavoro alla guida della digitalizzazione, vedo nella scalabilità un potente vantaggio creativo. Quando uno studio può contare su migliaia di colleghi in mercati e specializzazioni diverse, ha la possibilità di impedire che la conoscenza si disperda. Con l’approccio giusto, può essere sfruttata come una risorsa viva. Se quell’intelligenza collettiva viene strutturata fin dall’inizio, può orientare le decisioni nel modo migliore sin dal principio.
È per questo che l’AI non andrebbe vista come un progettista onnipotente, conviene intenderla come pura potenza di supercalcolo.
L’AI può muoversi dentro una complessità vasta e multidimensionale: può rivelare schemi nascosti, relazioni e opportunità strutturali all’interno dei dati storici dei progetti che gli esseri umani potrebbero non cogliere o ricordare. Ma questa capacità crea una nuova responsabilità per gli studi di architettura: dobbiamo curare la nostra conoscenza con molta più attenzione.
Senza librerie strutturate e verificate, questa potenza resta in gran parte inutilizzata. Uno strumento vale solo quanto la qualità dei dati e della conoscenza a cui può accedere.
Librerie curate al posto dei dati grezzi
È qui che comincia il vero lavoro. Abbiamo bisogno di librerie interne efficienti, affidabili e curate con attenzione, dove esperti umani selezionano, testano e validano il materiale che alimenta i nostri ecosistemi di progetto. Non c’è mai stato un bisogno così grande di autorialità umana. La macchina non sostituisce la competenza, ne dipende.
Quando interverrò a Release AEC quest’anno, la mia sfida alla professione sarà semplice: dobbiamo ridefinire il modo in cui intendiamo i nostri asset digitali.
I nostri dati non sono soltanto una raccolta di numeri o input generici. In architettura i dati non riguardano il tracciamento dei click o la previsione della prossima pubblicità. Sono la nostra competenza collettiva. Portano con sé i nostri valori, il nostro giudizio e la nostra conoscenza culturale, tecnica e locale. Prendono forma da ciò che scegliamo di includere nelle librerie che costruiamo.
Dobbiamo pretendere più personalizzazione, più controllo e più intenzionalità dagli sviluppatori software che costruiscono gli strumenti su cui facciamo affidamento. È così che proteggiamo la libertà creativa, rafforziamo l’intelligenza collettiva ed evitiamo di accontentarci di un futuro automatizzato che magari è efficiente, ma medio.
Marco D’Ambrogio è architetto e responsabile AI e Digitalizzazione presso Sweco Architects. Appassionato del guardare un passo più avanti, aiuta a trasformare le tecnologie emergenti in processi architettonici significativi, amplificando lo sforzo collettivo per creare progetti migliori e di maggior valore.